La voce è spezzata dal dolore, ma la determinazione resta intatta. La famiglia di Nico Centrone rompe il silenzio dopo quasi due settimana di angoscia. Mamma Dorina e papà Ennio lanciano un grido d’aiuto per il figlio, il 36enne attivista di Molfetta bloccato in Libia insieme agli altri volontari della missione umanitaria “Global Sumud Convoy”.

Docente a contratto presso il Dipartimento di Ricerca e Innovazione Umanistica dell’Università di Bari, Centrone è stato fermato a Bengasi lo scorso 24 maggio. Con lui anche un’altra italiana, la 67enne Dina Alberizia, originaria del foggiano. Il loro obiettivo era pacifico: raggiungere la Striscia di Gaza via terra per consegnare aiuti alla popolazione palestinese. Le condizioni dei prigionieri destano preoccupazione. La Global Sumud Flotilla ha denunciato che dieci degli undici volontari trattenuti hanno portato avanti uno sciopero della fame per quattro giorni consecutivi.

Sabato sera, intanto, la comunità di Molfetta si è stretta attorno alla famiglia con un presidio di solidarietà promosso dal coordinamento “Molfetta per la Palestina”. Sul fronte diplomatico, il Consolato generale italiano a Bengasi sta premendo con insistenza per ottenere una visita consolare. Ore decisive: domani è prevista una nuova udienza davanti al giudice libico, dopo quella dello scorso 2 giugno che aveva prolungato il fermo. La speranza è che questa volta si arrivi alla liberazione.