Secondo la Corte di Cassazione, Tommaso Minervini non doveva essere arrestato. I giudici della sesta sezione penale hanno messo nelle scorse ore un punto fermo sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto l’ex sindaco di Molfetta, annullando senza rinvio l’ordinanza di custodia cautelare emessa lo scorso 6 giugno. Secondo i giudici, la misura restrittiva non poggiava su indizi di colpevolezza sufficienti all’arresto.

L’ordinanza è stata depositata ieri pomeriggio. Minervini era stato accusato di gravi reati, tra cui corruzione, turbativa d’asta, peculato e falso, in relazione a presunte irregolarità negli appalti per il nuovo porto commerciale e per l’area mercatale. La tesi degli inquirenti ipotizzava uno scambio di favori e la promessa di gestioni trentennali di banchine portuali in cambio di sostegno elettorale. Tuttavia, per la Suprema Corte, tali accuse non hanno trovato riscontro in elementi probatori solidi tali da giustificare la privazione della libertà personale.

Gli arresti di Minervini, dopo 22 giorni nella propria abitazione in regime di detenzione, erano stati revocati dal Tribunale del Riesame con la misura «del divieto di dimora circoscritto agli uffici del Comune di Molfetta», ai quali l’ex sindaco non avrebbe potuto accedere senza l’autorizzazione del giudice». Misura, quest’ultima, decaduta a ottobre dello scorso anno a seguito dello scioglimento del Comune per dimissioni della maggioranza del Consiglio.

La sentenza ha un peso considerevole: i giudici hanno stabilito che non sussistevano i presupposti legali per l’arresto avvenuto sette mesi fa, al contempo cade ogni misura interdittiva o limitativa della libertà personale. I legali di Minervini, Mario Malcangi e Tommaso Poli, hanno accolto con soddisfazione il verdetto, parlando di un atto che restituisce dignità all’ex amministratore dopo un lungo periodo di “pressione mediatica e giudiziaria”.